Scusate il ritardo,
Non volevo venire.
Madonna Michela cheppalle che sei, sembri un disco rotto.
Ammetto che non è stato piacevole sentirselo dire, ma non ha sortito l’effetto che immaginavo, ossia un meritatissimo (per chi ha fatto la spiacevole uscita) silenzio risentito.
Per un attimo sono uscita da me stessa, come una goffa proiezione astrale alla Dr Strange, e ho realizzato perché sono sempre stanca.
Giro in tondo. Un gatto che cerca di afferrare la propria coda, e magari ci riesce anche, se la morde ma poi gli sfugge ancora e la lotta ricomincia.
Attorno a me un turbinio di polvere e detriti sollevati dalla forza centrifuga dei miei pensieri, che mi impedisce di vedere oltre e mi soffoca.
Rumore, tanto rumore e tutto generato da me medesima che rumoreggio perché non riesco a dormire, concentrarmi e riposare.
Una scena infelice da osservare, direi quasi tragicomica. Sono rientrata nel mio corpo con un sospiro. Forse il silenzio risentito c’è stato, in fin dei conti, perché per il resto del pomeriggio non ho praticamente proferito parola e mi sono immersa nel lavoro che mi rimaneva da fare.
Ma è stata solo una dimensione, una sfaccettatura di quel silenzio. Perché non era solo proiettato verso l’esterno, ne ero avvolta dall’interno, come un bozzolo di quiete iridescente.
La polvere sta scendendo. Ora la vedo addosso a me, posso farmi dei tatuaggi sulla pelle, come se fossero Mehndi. Un fiore di loto, occhi, triangoli. Simboli di protezione, di risveglio e pace.
E mentre li seguo comparire, uno dopo l’altro, come se la mia pelle avesse deciso di parlarmi in una lingua antica che non conosco davvero ma che in qualche modo comprendo lo stesso, mi viene da pensare che forse il punto non è nemmeno, o non è solo, che io sia stanca, ma il modo in cui continuo a trattare questa stanchezza come se fosse un incidente di percorso, una seccatura, un difetto di fabbricazione da correggere in fretta, invece che una lingua, scomoda finché vuoi, poco armoniosa, per nulla poetica, ma pur sempre una lingua con cui il mio corpo, la mia mente, o qualunque entità governi il casino che mi abita, sta cercando di dirmi che così non posso andare avanti ancora per molto.
Quei simboli, intanto, si allungano, si rincorrono, si intrecciano tra loro come radici sottili o crepe dorate, e più li immagino più mi sembra che non stiano arrivando per coprire qualcosa, ma per rivelarlo, come se la polvere che mi si è posata addosso non fosse sporcizia da scrollare via in fretta, ma materia viva, una traccia, la prova che qualcosa dentro di me ha smesso di nascondersi bene e ha deciso di lasciare un segno visibile, imperfetto, sì, ma finalmente leggibile.
Perché io questa scena la conosco bene, purtroppo, e forse è anche per questo che quella frase mi ha ferita più di quanto volessi ammettere, non tanto per la sua cattiveria, che pure c’era ed era piuttosto evidente, ma perché ha toccato qualcosa che mi ronza dentro da tempo, ossia il sospetto insopportabile di essere diventata per me stessa una specie di eco continua, una creatura che ripete sempre gli stessi concetti, gli stessi allarmi, gli stessi bisogni rimasti inascoltati, come se una parte di me continuasse a bussare con educazione crescente fino a perdere del tutto la pazienza.
E allora sì, forse sembro un disco rotto, ma i dischi rotti, se insistono sullo stesso punto, lo fanno perché lì c’è un graffio, e il graffio non si risolve insultando il vinile o alzando il volume per coprire il difetto, il graffio resta, chiede attenzione, costringe ad avvicinarsi, a guardare meglio, a smettere di fingere che la musica stia andando liscia quando invece si inceppa sempre nello stesso identico punto. E forse è proprio qui che entra in scena l’imperfezione, che io per anni ho trattato come una colpa elegante, una macchia da nascondere bene, qualcosa da limare, correggere, rendere presentabile, quando invece forse era già una soglia, un passaggio, il punto esatto da cui potevo cominciare a guardarmi con meno ferocia e più verità.
Perché anche quei simboli che mi immagino addosso non sono perfetti, non sono simmetrici, non hanno la precisione fredda di qualcosa di progettato a tavolino per essere bello, e proprio per questo mi sembrano veri, come tutte le cose che nascono mentre stai cercando di sopravvivere a te stessa e, nel farlo, trovi una forma che non avevi previsto. Il fiore di loto non sboccia perché qualcuno gli ha chiesto di essere impeccabile, gli occhi non si aprono perché tutto è finalmente in ordine, i triangoli non proteggono perché la vita si è fatta lineare e composta: compaiono lo stesso, dentro il disordine, sopra la polvere, sulla pelle di una persona che non ha risolto tutto ma ha smesso, almeno per un momento, di fingere di non sentire.
Forse è questo che mi sfianca davvero, non il lavoro in sé, non le cose da fare, non persino il rumore del mondo fuori, ma il moto perpetuo che produco nel tentativo di non fermarmi abbastanza a sentire quello che già so, e che continuo a rimandare come si rimandano le conversazioni difficili, quelle che sai che ti cambieranno qualcosa e proprio per questo tieni a distanza, occupandoti di tutto il resto, diventando bravissima a funzionare male, a essere efficiente e disfatta, presente e assente, operativa eppure lontanissima da me.
E in questo, devo ammetterlo, c’è qualcosa di quasi ridicolo, se non fosse che è anche doloroso, perché mi vedo benissimo mentre faccio il giro, l’ennesimo, attorno agli stessi pensieri, agli stessi nodi, alle stesse fatiche, e ogni volta mi convinco che stavolta sia diverso, che stavolta il movimento coincida finalmente con un avanzamento, quando invece molto spesso è solo attrito, consumo, dispersione travestita da impegno, una forma raffinata di logoramento che ha pure la faccia tosta di sembrare dedizione.
E allora quel silenzio del pomeriggio, che sulle prime mi era sembrato soltanto una conseguenza un po’ teatrale del fastidio, mi appare adesso per quello che forse era davvero, cioè non una chiusura, non un broncio ben confezionato, ma una specie di tregua, un abbassamento improvviso del frastuono, il momento in cui finalmente qualcosa dentro di me ha smesso di strattonarmi da tutte le parti contemporaneamente e mi ha lasciata lì, immobile ma intera, a osservare la polvere posarsi senza l’urgenza di doverla trasformare subito in lezione, in produttività, in occasione di crescita personale da raccontare bene.
Forse non tutto quello che ci attraversa deve diventare immediatamente utile, luminoso, risolto. Forse alcune cose arrivano soltanto per interromperci, e l’interruzione, per quanto scomoda, per quanto poco instagrammabile, è già una forma di salvezza, soprattutto per chi ha imparato a considerare degno di valore solo ciò che continua, ciò che rende, ciò che performa bene anche mentre si spezza.
E invece no, forse c’è una dignità enorme anche in questo restare ferme un momento, nel lasciare che la polvere scenda, nel guardarsi addosso i segni che lascia, nel riconoscere che non sono per forza macchie da lavare via in fretta, ma simboli, mappe, avvertimenti, perfino piccole benedizioni se le si osserva dal verso giusto, perché magari la stanchezza non è arrivata per punirmi, né per sabotarmi, ma per impedirmi di perdermi del tutto nel rumore che produco quando non mi ascolto.
E questa, forse, è la parte più difficile da accettare, cioè che non avevo bisogno di zittirmi, di correggermi, di diventare meno pesante, meno ripetitiva, meno imperfetta, ma avevo bisogno, molto più semplicemente e molto più dolorosamente, di prendermi sul serio.
Se anche tu ti senti così, se hai la sensazione di girare in tondo dentro gli stessi pensieri, le stesse fatiche, le stesse richieste di perfezione che ti lasciano esausta e lontana da te, parliamone.
Prenota una call conoscitiva con me: ti aiuto a uscire dal loop, a fare spazio al silenzio e a ritrovarti senza dover diventare impeccabile per meritarti ascolto.




